Quando la felicità si è trasformata in Happiness

Sono nata nel 1984. Avevo 20 anni quando è nato Facebook, 24 quando è sbarcato in Italia; 22 quando è stato lanciato Twitter; 26 quando è nato Instagram. Troppo giovane per non esserne coinvolta, troppo vecchia per non sapere cosa fosse la felicità prima. Tutto credo sia però cambiato con gli smartphone, quando abbiamo iniziato a scattare foto di ogni momento, in ogni momento.

Era il 1998 quando, appena quattordicenne, andai a studiare a Londra. Non volevo, avevo paura dell’aereo ma i miei genitori mi fecero partire ugualmente. Avevo un Motorola, nero, grande quanto una macchinetta fotografica. Pesante. Con una lunga antenna, che anche se la estraevi tutta, la ricezione sempre quella restava. E poi aveva uno sportellino sottile che copriva i tasti. Si potevano anche mandare i messaggi. E io ne mandavo in continuazione. Costavano. Altroché. Dal Motorola passai all’Alcatel color blu violaceo, ciocciottello e simpatico. Con quello gli sms erano molto più veloci. Poi approdai anche io al Nokia, quello con lo snake che ti salvava le attese alle fermate degli autobus rutelliani prima, veltroniani poi (Ah, se avessi all’epoca potuto contattare su Facebook i due ex sindaci).

Ricordo quando la parola “mail” entrò a far parte del cinema, del teatro. Ma non mi sono resa conto di quando è successo con Facebook e gli altri social. Oggi pensiamo che si stava meglio prima. Abbiamo demonizzato le mail quando sono nate, ma ora non sono più il nemico, anzi. Arriverà un tempo in cui rimpiangeremo Facebook, così come oggi rimpiangiamo i messaggi “normali”. E il bello è che rimpiangeremo anche Whatsapp. Perché, diciamocelo, il passato è sempre meglio del presente. E anche il futuro è migliore del presente. Perché la nostra è un’esistenza nostalgica. E non può essere diversamente, abbiamo tutti una sfrenata voglia di non morire, di non invecchiare, di rimanere in questa vita, giacché nessuno può assicurarci che ce ne sarà un’altra (per lo meno che ce ne sarà un’altra così, come questa).

Sarà per questo che condividiamo soprattutto il presente? Perché ci piace meno? Eppure chi condivide sembra felice, tanto felice. Happy, direi. E poi, mi chiedo: condividiamo per condividere? Per, cioè, far vedere ai nostri amici cosa stiamo facendo in quel momento? O condividiamo perché abbiamo bisogno di far vedere che abbiamo una vita piena? E a chi, nel caso, dobbiamo farlo vedere? A noi stessi? O agli altri? Siamo felici solo se c’è qualcuno che crede che lo siamo? Abbiamo così tanto bisogno degli altri?

Io non li demonizzo i social, soprattutto quando ti fanno sentire vicino all’amico del campeggio di quando avevi 10 anni, al primo amore (anche se ora ha tre figli con una figa e tu sei più che altro una sfigata), quando ti fanno scoprire un tradimento, quando ti fanno incontrare persone per viaggiare, per lavoro, quando ti fanno innamorare. Io non li demonizzo i social, anche quando fanno male. Non è colpa loro. Come non è colpa delle macchine se guidiamo ubriachi e ammazziamo una giovane coppia che aveva una vita ancora tutta da vivere (questa, di vita). Ogni cosa è potenzialmente letale, se non sappiamo come usarla.

Non so se c’è stato un momento preciso, un avvenimento netto, ma quando è, esattamente, che ci siamo trasformati? Come eravamo prima, quando non potevamo fotografare ogni secondo e condividerlo con gente che quando postiamo un tramonto, ancora deve ammirare l’alba? Io non me lo ricordo. Non mi ricordo più cosa facevamo a tavola. Parlavamo di più? Parlavamo meno perché della vita delle persone ne sapevamo meno e quindi avevamo meno argomenti a disposizione? Eravamo più uniti? O meno uniti? Come eravamo? E cosa ne sarà di quelli nati qualche anno dopo il 1984, quelli che prima non c’erano?

Quand’è, esattamente, che la felicità si è trasformata in happiness?

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