Una sera d’inverno, a New York

Vuoi andare a ballare di giovedì sera, un piovoso giovedì sera. La tua amica C. oggi è troppo stanca e il tuo amico G. ha la famiglia in visita dal Messico. Gli altri odiano la musica latina. Ma è Nyc. Allora esci, esci da sola. Prendi due metro, l’ombrello manco lo apri perché il vento te lo spazza via. Arrivi lì davanti. Ti fumi una sigaretta prima di entrare, e sei sola, perché qui mica è così scontato fumare. E mentre fumi ti chiedi se davvero vuoi entrare sola. Ma è Nyc. Entri. 10 dollari, un timbro rosso a forma di cuore sul polso destro, carta di identità all’omone della sicurezza che non può scannerizzarla perché è ancora di quelle vecchie. Allora fa il conto a mente, e ti lascia entrare. Non perché io sembri ventenne, ho anche parecchi capelli bianchi, che qui il colore costa tanto e da sola faccio casini . Ma perché è la prassi. Ti siedi al bancone e ordini una birra. L’orchestra suona da dio: flauto, tromba, flicorno, congas, guiro, chitarra, basso, voce. Ci sono così tante gambe che si muovono sotto il palco che non vedi il pavimento. Durante la pausa esci a fumare, questa volta non sei sola: il trombettista mi chiede da accendere, un ragazzo mi chiede una sigaretta e mi dà un dollaro, ma gli dico che non c’è bisogno, che queste sono American Spirit italiane da 5 euro e 50, mica da 14 dollari. Mi prende il pacchetto, guarda l’uomo morto che c’è sopra e grida what the fuck? Poi ride, poi mi ringrazia, poi se ne va. Esce un signore alto, distinto, mulatto. Dice qualcosa in spanglish, ma io ho captato solo ‘sigarillo’ perché stavo pensando che forse sarebbe più facile smettere di fumare se mettessero le sigarette a 12 euro piuttosto che le figurine sopra. Allora gli chiedo se ne vuole una. E mi risponde che lui vuole vivere, non uccidersi. Iniziamo a chiacchierare riparati dalle impalcature. Mi dice che invece di fumare tabacco, dovrei fumare erba. Mi dice di fare una prova, appena sveglia, prima di pulire casa (lo avevo detto che era distinto): una tazza di caffè e qualche tiro e vedi poi come affronti la giornata. E dice che lui così ha superato i traumi della guerra in Vietnam. E’ un cittadino americano originario del Perù, e mi racconta qualche storia di guerra in uno spagnolo fluente ma intervellato da qualche ‘so’, ‘uhm’, ‘you know’. Poi dopo il Vietnam parliamo della salsa, che lui dice che è nata a Nyc. E non a Cuba. Il Son è nato a Cuba, mi dice. E lui, quando è arrivato qui nel 1967, l’ha vista nascere la salsa. E mi indica l’esatta quadra dove i primi gruppi di cubani e portoricani le hanno dato vita. Mi invita per domenica, perché questa stessa orchestra suonerà in un altro locale. E poi mi dice che mi inviterà a ballare quando riprende il concerto. Rientro dentro, prendo un’altra birra. Mi tolgo la giacca e al secondo brano del secondo tempo non resisto più e accetto l’invito di Victor. E dopo di lui ballo altre cinque volte, e non penso a niente, nemmeno al caldo che fa, che mi sta facendo sudare e ‘dopo devo uscire con la pioggia, il vento e sicuro mi ammalo’. L’orchestra finisce di suonare, io mi appoggio al bancone, dove ero prima. Un ragazzo alticcio mi chiede di ballare una bachata. Non voglio ma insiste, allora prendo la giacca, la borsa, e mi alzo per andar via. Una signora americana mi ferma e mi dice che I shouldn’t leave because of him. E ha ragione. E’ solo mezzanotte, non me ne voglio andare. Mi ritolgo la giacca, riposo la borsa, lei mi fa da scudo e inizia a parlarmi: è un’agente immobiliare e mi dà la sua card dicendomi che mi potrà essere utile se voglio comprare una casa. Rido. Rido ancora. Rido troppo. Lei mi guarda e mi dice che l’ultima persona che ha riso così, e non era americana, è tornata due anni dopo e se l’è comprata davvero una casa. Rido comunque, ma tengo il biglietto perché la invito a sentire il concerto di domenica, quello di cui mi ha parlato Victor, il reduce del Vietnam. All’una ce ne andiamo: io, Catherine e una sua amica. Mi chiedono il mio numero di telefono, glielo do. E mi dicono che verranno a trovarmi a Roma, ma che intanto ci vediamo domenica. Poi sono sulla metro, sudata e bagnata dalla pioggia, e mi arriva un messaggio di Catherine con scritto ‘see you on Sunday, let’s text whoever gets there first. Get home safe’. Sorrido. Come sorridono gli altri passeggeri nelle loro auricolari e nei loro cellulari. Siamo tutti giovani, e siamo tanti, come sulla metro A tra Cipro e Lepanto alle cinque del pomeriggio, o alle otto di mattina. Tutti nelle loro auricolari, stanchi. Ma tutti sorridenti. Arrivo a casa e sono felice. 
E menomale che credevo di uscire sola.

La vista della mia stanza, in East Williamsburg (Brooklyn)

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