Magari …

Stavo da Starbucks, seduta a un tavolino vicino la vetrina più grande che dava sulla ottantesima strada, nell’Upper West Side.  In anticipo, come sempre, per il mio appuntamento. Perché qui a New York è come a Roma, o arrivi in anticipo o arrivi in ritardo, non ci sono mezze misure. Dipende solo da che tipo di persona sei,  e io sono una di quelle che arrivano sempre in anticipo. Mia sorella e mia cugina una volta hanno contato le ore che ho sprecato arrivando in anticipo agli appuntamenti. Impossibile dirlo con precisione ma è venuto fuori che ho perso già all’incirca due settimane di vita aspettando gli altri. Mentre aggiungevo ore alla media di tempo buttato aspettando, stavo bevendo un frappuccino. Un’americanata, direbbe mio padre, ed infatti lo è. Mentre risucchiavo quell’intruglio di caffè, latte, ghiaccio, zucchero e panna, e mentre riflettevo sul fatto che gli americani, in quanto al cibo, sono simili ai bambini (cercano sempre di avere qualcosa da mettersi in bocca e che abbia sapore), mentre pensavo all’albero di Natale che la maggior parte delle famiglie italiane aveva già addobbato e facevo montare la nostalgia più veloce della panna che il ragazzo grasso e con i baffetti al di là del bancone  montava per il prossimo frappuccino, iniziai a notare le persone intorno a me: uomini in giacca e cravatta con i loro Mac aperti sui tavolini piccoli,  pieni di chicchi di zucchero di canna e traballanti; turisti provenienti da Century 21 sulla Broadway; adolescenti in libera uscita, alti, con i brufoli e i baffetti come quelli del ragazzo grasso al di là del bancone (che non mi sento di definire barista); donne che si incontrano per fare colloqui di lavoro; ragazzi che si fermano di passaggio per ricaricare gli smartphones; gruppi di giovani vestiti da folletti e da babbi Natale; un gruppo formato da quattro persone, tre donne e un uomo. Il loro tavolo è più sporco degli altri, patatine spezzettate, briciole di cibo che non vendono da Starbucks, buste, giornali. La più giovane del gruppo è una ragazza nera, grassa, seduta su una sedie a rotelle blu di ultima generazione, con uno zainetto legato alle spalle della sedia raffigurante Elsa di Frozen; poi c’è una signora bianca, bionda, con una maglietta scollatissima di un nero sbiadito, una bella donna, i capelli un po’ secchi e arruffati, ma una bella donna. Lei non parla, sorride solo guardandosi intorno, a tutti, anche a me che la guardo e ricambio il sorriso; l’ultima donna del gruppo é bianca, ha i capelli biondi ma tendenti all’arancione, con una spessa ricrescita grigio perla; parla con la ragazza nera con un tono di voce molto alto che costringe tutti gli altri presenti ad alzare la voce e a creare rumore. Certo, non ho le prove per dire che sia lei ad aver alzato la voce per prima, magari sono stati gli adolescenti, o magari i folletti di babbo Natale o gli stessi ragazzi dietro il bancone. Quello che sì, posso dire con certezza, è che lei però è quella che grida di più. Il quarto componente del gruppo è un uomo, capelli bianchi arruffati, più simili a quelli di babbo Natale di quelli della parrucca del ragazzo vestito da babbo Natale, pantaloncini bianchi, ciabatte tipo Crocs, un piumino nero lungo aperto, gambe scoperte, calzini di spugna bianchi, un cappello di lana marrone. È il più irrequieto del gruppo, non fa che alzarsi continuamente per andare al bancone del vesti il tuo caffè, quello dove trovi le cannucce, gli zuccheri, il tappa bicchiere, il bracciale di cartone che non ti fa scottare. Lui non fa che alzarsi e camminare dal tavolino al bancone, dal bancone al tavolino, nonostante il loro tavolo sia il più vicino al bancone, nonostante potrebbe prendere lo zucchero o qualunque cosa gli serva semplicemente allungando la mano. Credo sia una mania, o qualche parola che gli psicologi accompagnerebbero alla parola compulsiva,  o ossessiva. E in effetti lui un po’ maniacale sembra esserlo davvero: si alza, rovista nei buchi del bancone dove gli altri, compresa me, buttano le cartacce o i bicchieri vuoti, ma non prende niente. Ogni tanto abbandona il gruppo delle signore, esce, fa il giro dell’isolato e poi torna, portandosi con sé un po’ di vento gelido da fuori, quello che resta attaccato alle gote di chi entra a prendersi un caffè, un caffellatte, o un frappuccino, come me. E’ un tavolo di homeless people, mi dico, sorpresa. Un tavolo di gente che si trova l’una con l’altra ma che in realtà, sta per conto proprio. Solo la nera grassa e la bianca che grida stanno l’una con l’altra, la bianca che ride sta con tutti, e il vecchio pazzo con nessuno, nemmeno con se stesso. Vorrei sedermi a quel tavolo, sono sicura che non se ne sorprenderebbero. Non quelli di quel tavolo, non tutti gli altri presenti. Stanno tutti, in fondo, un po’ per conto proprio. Mi chiedo cosa abbia da ridere la signora bianca bionda e bella. Me lo chiedo, ma vorrei tanto chiederlo a lei. Non ho il coraggio, it’s none of my business… La guardo, lei mi guarda e sorride, ma sorride anche quando gira la testa e distoglie lo sguardo. Sorriderà al passato penso, sempre che quello che stia facendo sia sorridere, e non ridere. Che c’é una bella differenza. O magari ride di noi, che ci affanniamo a ingurgitare un frappuccino, che buttiamo il tempo aspettando gli altri, che cerchiamo di risparmiare e di conservare per poi spendere, spendere, per comprare quello che le blogger ci dicono di comprare, per viaggiare e fare delle belle foto come quelle delle blogger che ci dicono cosa comprare, per andare a mangiare nei ristoranti belli con la gente bella più che nei ristoranti buoni con la gente buona. Magari ride perché per noi è solo una questione di apparenza e non di sostanza, magari ride di me, che ho appena scritto apparenza e sostanza nella stessa frase corta e quindi sono banale. Magari ride perché non deve cercare qualcosa che la faccia ridere. Magari.

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