Tutti vogliono tornare a casa

Dovrebbero insegnare la migrazione nelle scuole. Dovrebbero prendere gli studenti e farli migrare. Possibilmente a caso, in un posto a caso. “Daniele in Georgia, Marta in Texas, Federico a te è capitato Zanzibar, Serena la Norvegia, Lara l’Argentina, Antonio a te tocca Dublino”, dice la maestra. “No Dublino no”, dice Antonio, “Piove sempre a Dublino”. Ma non si discute e non si fanno scambi. Vai dove ti tocca. Dovrebbero farlo dalle  medie. Sarebbe perfetto anche per i genitori così non devono combattere con i propri figli pieni di brufoli e di ciclo mestruale durante gli uragani ormonali. Tre anni di migrazione in cui soffrire per la mancanza della famiglia, dell’odore delle pareti di casa – che tutte le case hanno un proprio odore, del cibo, del clima, dei colori dell’alba e del tramonto e dell’odore dell’asfalto bagnato dalla pioggia. Daniele in Georgia si gonfierà del famoso pollo del sud. Marta idem, ma per lei sarà peggio perché sua madre è vegana e lì la carne di cavallo è un must. Federico a Zanzibar avrà il mare più bello di quello di Fregene quando l’estate a giugno raggiunge i nonni aspettando di andare in vacanza per davvero. Ma i neri lì gli faranno da mangiare, non gli venderanno i mini elefanti o i braccialetti. Qualcuno sì, ma lui non li comprerà. Serena in Norvegia morirà di freddo. Poverina, proprio a lei è toccata la Norvegia che lei quando piove per più di due giorni di fila diventa isterica. Proprio a lei che senza sole e luce non ci sa stare. E proprio a lei, che di solito i primi giorni di scuola già indossa le magliette a maniche lunghe. Lara in Argentina si troverà bene, ma è troppo lontana. Quando ci penserà dirà oddio e se mi sento male e voglio mamma come faccio? Come fa mamma a venire qui da me di notte, nella mia cameretta,  quando tossisco e ho bisogno dello sciroppo ma ho troppo sonno per alzarmi? Antonio a Dublino scoprirà il sapore della birra che gli piace tanto, ma gli mancherà la zia con cui è cresciuto e le sue scaloppine coi funghi. Si stuferà delle patate  dopo un mese e poi non li capisce mica gli irlandesi. Chiamerà il dipartimento delle migrazioni nelle scuole e dirà “salve sono Antonio il migrante di Dublino, sono dodici giorni che piove io voglio tornare a casa!” Ma no, gli diranno dal dipartimento della migrazione nelle scuole. “Tu a casa non ci puoi tornare”. Proverà a scappare Antonio, correndo tutto bagnato nelle praterie della verde Irlanda, incontrando tra l’erba relitti di studenti migranti in fuga quali lacrime, brandelli di vestiti, foto sbiadite, peluches. E quando pensa di avercela fatta eccoli lì: tutti in fila schierati come calciatori che cantano l’inno nazionale ai mondiali quelli del dipartimento della migrazione nelle scuole. “No no, caro Antonio, tu non ci vai mica a casa. Fila, su! Marcia, indietro.” Dopo tre anni da migranti eccoli che tornano a casa: voce diversa, capelli diversi, sguardo diverso. Antonio isterico, in tre anni il sole lo avrà visto due volte e se lo è scordato quanto brucia. Infatti quando arriva all’aeroporto mette le mani davanti agli occhi socchiusi, palmo rivolto al sole, come un bambino che è stato rapito e che viene liberato dopo anni, come quelli che ogni tanto si vedono al telegiornale. Serena è talmente nervosa che i genitori manco li saluta. È cambiata sia fisicamente che psicologicamente. È diventata una stronza insensibile che se la tira, le diranno i familiari. Lara invece è diventata bellissima e parla più spagnolo che italiano. Ma passerà, dicono quelli del dipartimento della migrazione nelle scuole ai suoi genitori. Federico a Zanzibar si è talmente tanto abbronzato che i genitori mica lo riconoscevano all’aeroporto. Si è fatto grande, pensa il padre. Si è fatto vecchio, pensa di lui il figlio. Daniele è ingrassato di almeno trenta chili, anche se lui li chiama libbre, e Marta invece è piena di brufoli e di chili ne ha persi almeno dieci. Non è più vegetariana, ma tanto la madre non è più vegana. Da quando il padre di Marta è morto lei ha cambiato tutto il suo stile di vita. Dopo qualche anno gli studenti della materia migrazione si sono ambientati e si sentono a casa. E quando vedono un norvegese, un africano, un americano del nord, un americano del sud, un irlandese, un nigeriano, un senegalese, un rumeno, un libanese, un bengalese, non gridano tornate a casa vostra! Perché lo sanno che quelli ci vogliono tornare a casa loro, ma mica possono.  Lo sanno che tutti, tutti vorrebbero tornare a casa. 

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