Chi sei

A te, che sei uomo dopo essere stato donna, a te che sembri un guerrigliero vietnamita ma probabilmente sei coreano. A te che hai i capelli corti, i tatuaggi lungo tutte le braccia, a te che sali sul ferry boat alle nove e venti da North Williamsburg, ogni mattina, sempre vestito di nero. A te che siedi sempre nei posti più larghi vicino alle porte, ma se qualche nanny, o qualche mamma, ha il passeggino ti scansi e sorridi. Ecco, proprio a te, vorrei chiedere chi sei. Perché mi incuriosiscono i tuoi anelli, che ogni mattina estrai dalla tasca e infili alle dita, tutte le dita, delle tue mani. Sono anelli di argento, o di metallo, grandi, egocentrici. Vorrei chiederti perché li indossi, cosa rappresentano, e soprattutto perché non sali sul ferry con loro già alle dita. Forse vai di fretta al mattino, posponi la sveglia tre volte perché odi svegliarti presto; la sera lasci gli anelli in una ciotola di legno o, chissà, forse di cristallo, sul mobile del bagno accanto al lavandino, perché ti dà fastidio dormirci. E allora dopo aver bevuto la tua tazza di caffè nero (di questo ne sono certa), guardi il telefono e, visto che sono le nove e quindici, afferri gli anelli tutti insieme e li butti in tasca, metti le scarpe, la giacca, e prendi la tua valigetta di pelle nera consumata che trovi vicino alla porta di ingresso, ‘abbandonata’ senza amore dalla sera prima. E come la ragazza bionda con le ballerine rosse che si trucca gli occhi cercando di eludere le onde dell’ East River per non ficcarsi il pennello del mascara negli occhi, tu infili i tuoi anelli. E una volta sistemati per bene, ti guardi le mani e anche se non te ne accorgi, sorridi. Di rado ti vedo guardare fuori, ché secondo me ti hanno stufato i ponti, i grattacieli, e soprattutto noi che siamo sempre gli stessi. Ti ha stufato anche la valigetta nera di pelle consumata, più consumata della tua di pelle. E sono quasi certa che ti abbiano stufato anche i tatuaggi, espansi e annacquati ormai da tanto tempo. L’unica cosa che guardi su quella barca sono i bambini. Cerchi il loro sguardo, sorridi, e quando loro ti rispondono al sorriso spalancando quelle bocche nude, tu guardi in basso. 

Chissà perché scendi a Dumbo, chissà che lavoro fai. Chissà se cambierai casa anche tu, presto, come tutti qui, e chissà se ci rivedremo. Chissà se prima di allora avrò il potere di attirare la tua attenzione, e il coraggio di chiederti chi sei. Perché magari per te non sei abbastanza ma per me sei un guerrigliero vietnamita che indossa gli anelli per prendere a pugni il passato che gli ha dato un corpo sbagliato, per me sei uno dei grattacieli di New York City, uno di quelli belli, chiunque tu sia.

Christian Sterk

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