Tutti vogliamo in cambio qualcosa

Stavo camminando per Manhattan e mi sono fermata da Pret a Manger per un tramezzino veloce sulla trentaduesima. Mi sono seduta a uno di quei banconi appiccicati alle vetrate per vedere fuori. Alla mia destra c’era una bellissima ragazza con i capelli ricci e corti, neri come la sua pelle. Alla mia sinistra una donna afro americana di circa 70 anni, e un po’ più giù un uomo di 50, forse suo figlio. Guardavamo tutti e quattro fuori, dritto davanti a noi, come dei bambini in castigo. La ragazza riccia aveva una zuppa calda tra le mani, la signora i Mac and Cheese; l’uomo forse aveva mangiato una baguette, ma c’erano solo delle briciole a testimoniarlo. 

Sentendo parlare  la signora anziana alla mia sinistra,  ho realizzato che ciò che più mi manca qui a New York é il contatto con le persone anziane, quelle che ti abbracciano donandoti involontariamente tranquillità. Quella pacata tranquillità che in un certo senso ti sussurra che andrà tutto bene, che si può sopravvivere alla crescita, al distacco, alla paura, alla guerra, al dolore, alla perdita, ma anche ai passi avanti, a quelli indietro, alla noia, alla gioia. Quegli abbracci dati da chi ci è già passato. Ecco, mi manca questo, perché in fondo qui ci sono pochi anziani: troppo rumorosa, troppo fredda di inverno e calda in estate, come città. Loro se ne vanno in Florida, o magari in qualche posto in Connecticut, dove possono avere una casa grande in mezzo al silenzio. Allora ho finto che a quel tavolo fossimo seduti insieme, come quando andavo da nonna la domenica. E ho pensato a quanti ‘pranzi della domenica in castigo’ ho fatto da quando sono qui. Poi, senza nemmeno accorgermene, mi sono girata alla mia sinistra e le ho chiesto il suo nome. Quello che avrei voluto davvero chiederle era un abbraccio, ma sarebbe stato troppo. Mi ha guardato per qualche secondo, scannerizzando il mio sguardo per capire se fossi lì per venderle qualcosa, per chiedere soldi, perché sono pazza. ‘Binca’, mi risponde, ‘e lui invece è Will’. Non mi ha chiesto il mio nome, non mi ha chiesto perché volessi sapere il suo. In cambio mi ha chiesto solo di dove fossi, e quando le ho risposto Italia, ha iniziato a parlare di Venezia che affonda, e che immagina che grave danno sia per una città così bella. Lo immagina, perché non ci é mai stata. Poi Binca e Will si alzano e se ne vanno, e quando mi giro per vederli andare via, noto che la ragazza bellissima mi sta guardando. ‘Io mi chiamo Bethlem, come la città’. E iniziamo a fare amicizia: è una modella etiope, vive a New York da qualche anno ed é appena uscita dalla sua chiesa, dove non solo pregano, mi dice, ma cantano, rappano, ballano. Quando le dico che il mio nome è Stella, lei mi dice ‘Nice, come Stella McCartney’. Poi, dopo essersi fatta seguire su Instagram, con un grande sorriso mi chiede se possiamo pregare insieme. Sembra una bambina che al pranzo di Natale ti chiede se può recitare una poesia, a te non va ma non puoi dirle di no. Mi dice di ripetere dopo di lei: dear Lord. Dear Lord … Qualche parola la capisco male e quindi biascico per assonanza, come quando nel coro della prof. Bontempi, durante la lezione di musica delle medie, facevo finta di cantare. Poi Bethlem mi lascia il biglietto da visita della sua chiesa, e se ne va. 

Inizio a pensare a quanto siano fastidiosi a volte i fedeli. A quanto fastidiosi siano gli umani, a quanto nessuno ormai ti chiede come ti chiami se non per venderti un prodotto, se non per chiederti soldi, se non per avere il tuo corpo, se non per venderti fede. E mentre cammino scendendo verso sud, sentendomi fiera di me per essere uno degli ultimi umani rimasti a chiedere il nome di qualcuno senza voler in cambio nulla, realizzo che, in realtà, anche io volevo qualcosa da Binca. Volevo un assaggio di pranzo domenicale, volevo un po’ del suo sguardo consapevole, un po’ della sua voce pacata, un po’ delle sue mani rugose, un po’ della sua tranquillità. Volevo una sensazione, volevo un po’ di lei. 

E ho capito che in fondo tutti vogliamo in cambio qualcosa, anche se a volte si tratta solo di un abbraccio. 

Pic by Photo by Tomas Jasovsky 

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