Conversazioni sul bus

Stavo andando a ritirare le brochure per il mio primo spettacolo a New York in una tipografia lontanissima di Flatbush, a Brooklyn, così lontana che sul bus B44 alla fine eravamo rimasti solo io e due signori. Quello a sinistra ha attirato la mia attenzione perché mentre conversava con quello a destra ha pronunciato una frase che mi ha ricordato una battuta dello spettacolo. Ha detto “io non credo a niente, solo al potere e a Dio”. Il signore di destra, non l’avesse l’altro mai detto, gli ha gridato che invece di guardare la televisione tutto il giorno dovrebbe leggere dei libri. Quello di sinistra ha risposto che lui non crede proprio a niente: libri, televisione, niente. Solo al potere e a Dio. Non crede a nient’altro perché tutto quello che ci dicono é una menzogna visto che ha fumato per tutta una vita e dieci anni dopo che ha smesso gli è venuto un cancro alla gola. Allora il signore di destra gli ha detto che é proprio per questa sua affermazione che dovrebbe leggere i libri, che non tutto il male viene per nuocere ma il cancro sì, che ci sono tanti tipi di cancro e l’ignoranza è uno dei peggiori. Gli ha detto che questo è quello che cerca di insegnare a sua nipote che studia medicina a Cuba.

Io ho sorriso ed entrambi si sono accorti di me.  Mi hanno chiesto se fossi anche io latina e gli ho detto “no, io sono italiana”. Allora quello di destra ha detto “allora dovresti dire di sì, perché anche tu sei latina”. Quello di sinistra ha detto “Buongiorno” beffeggiando il tipico accento italiano. Quello di destra mi ha chiesto perché parlassi spagnolo con un accento cubano e allora gli ho detto che ho imparato lo spagnolo con il mio primo fidanzato, che era di Cuba. Quello di sinistra ha detto “fortunato lui”. Quello di destra ha detto “fortunata lei”. Allora quello di sinistra gli ha detto “tu e l’orgoglio cubano. Non c’è scritto nei libri che leggi che Cuba e Portorico sono uguali?”

Quello di destra non sembrava molto d’accordo. Per fortuna non hanno chiesto il mio parere, che un parere a riguardo forse ancora non me lo sono fatto. A volte penso che col cavolo che portoricani e cubani sono uguali, vallo a dire ai cubani. Vallo a dire ai turisti che ogni anno la scelgono come meta per dar da mangiare ai loro stomaci nostalgici, nutrendoli con le vetture color pastello anni 50, mica con i vari Wendy, Popeye e Burger King in fila uno dietro l’altro come fedeli in attesa del corpo di Cristo sulla statale che collega San Juan e l’americanissima Rincon, ancora ‘in disordine’ dopo l’uragano Maria. Altre volte invece penso che col cavolo che portoricani e cubani sono uguali. Vallo a dire ai medici portoricani che sono stati liberi di studiare ad Harvard, che sono stati liberi di scegliere tra il pollo fritto di Wendy sulla statale de La Isla o quello di una strada qualsiasi di New York.  Vallo a dire ai Venezuelani che oggi ti dicono che non basta un solo popolo a salvaguardare la libertà di un’ideologia. Che si fa presto dai nostri divani Norsborg a tifare per la resistenza contro il peso schiacciante degli Stati che si intromettono nascondendo i propri interessi sotto la pesante coperta con cui dicono di spegnere il fuoco della dittatura.

Siamo scesi tutti alla stessa fermata. Quello di Cuba mi ha detto di fare una foto al suo libro e di comprarlo perché lo raccomanda al cento per cento. Quello di Portorico si é ‘affacciato’ tra il mio mento e la copertina del libro e ha detto “dove si compra?”. Quello di Cuba ha sorriso. Si sono allontanati insieme verso la stessa direzione, ancora discutendo. Io li ho guardati per un po’ , finché non si sono mischiati con il resto della gente fino a diventare di nuovo degli estranei.

Lo voglio comprare il libro. Non ci si può non fidare di chi legge, di chi convince un altro a farlo e di chi si arrabbia quando qualcuno dice sciocchezze, investendo il proprio tempo a spiegarne il perché.

(Il libro era Fake, di Robert Kiyosaki).

Brano consigliato per la lettura: The Stranger Song di Leonard Cohen

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