Ho ‘mariekondato’ casa dei miei e ho imparato qualcosa di importante

Durante questi giorni di incertezza e di apatia, dove tutto sembra inutile, ho deciso di ‘Mariekondare’ tutta la casa in cui sono cresciuta e dove i miei vivono, a Roma.

I miei sono nati negli anni 50, entrambi ex impiegati statali, con posto talmente fisso che anche una vacanza a Brunico un po’ li destabilizzava. Cresciuti senza Ikea, senza Zara, H&M, e senza aver mai traslocato, di roba negli anni ne hanno accumulata tanta. Peccato che siano stati travolti dallo sconforto appena finito il primo armadio.

Mio padre ‘si è dato’, lo abbiamo recuperato a fine serata del primo giorno, quando è rientrato e ha deciso di iniziare a buttare, facendo attenzione a non confondersi con i vari post-it: coperte di lana e asciugamani per i canili, abiti e scarpe al vicino di casa che è ‘ammanicato’ con chi dona ai poveri (ché mica è così facile trovare a chi dare roba ancora buona, mica basta andare davanti ai portoni delle chiese e lasciare lì).

Ha fatto avanti e indietro forse sei volte borbottandomi contro, dicendo che qui mica siamo in America che i rifiuti ingombranti li metti in strada e poi se li portano via, che lì la differenziata la butti nel seminterrato e l’indifferenziata la “lanci nel buco del muro”. Qui, invece, anche solo per differenziare la plastica devi mettere in conto di avere dieci minuti liberi, perché mica puoi buttare due bottiglie insieme. In quei buchini ne entra una per volta. Lo avevano fatto perché così la gente non avrebbe buttato altro al di fuori della plastica, ma non hanno considerato che alla terza bottiglia si rompono i coglioni e buttano la plastica nell’indifferenziato.

Nel frattempo mia madre si è rintanata in salotto, avvolta da tutti i suoi ricordi. Ogni tanto entravo con qualcosa da mostrarle dicendo solo: “Butto?”. Le prime volte si alzava con lo stesso sprint di un romanista al goal di Totti che zittì una volta per tutti Spalletti. Solo che lei gridava “No!”. Poi ci ha rinunciato. Aprivo la porta e a volte rideva, a volte piangeva. Al secondo giorno ha avuto una crisi esistenziale che abbiamo dovuto interrompere e proseguire il weekend successivo. Che poi, ringraziasse che io sono stata una versione soft di Marie Kondo. Quella butta pure i libri!

Insomma alla fine, dopo pianti, sorrisi, litigi, grida, ancora pianti, ancora sorrisi, dopo i vari “meno male che il primo lockdown eri in America”, “ma davvero resti fino a Natale?”, “ma chi ce lo doveva dì?”, abbiamo finito tutto.

Io e mia sorella, subentrata gli ultimi giorni ma fondamentale per la retata finale, ci sentiamo molto meglio. I miei, dopo giorni di “dove hai messo la pentola di nonna?”, “che avete buttato pure il mio maglione nuovo?”, “non trovo il dentifricio” , hanno smesso di fare i capricci e si sono resi conto che Marie Kondo, in effetti, ne sa una più del diavolo.

E durante questa battaglia all’ultimo peluche, ho capito che tutte le accuse alla loro generazione su come hanno inquinato il mondo non sono del tutto appropriate. È vero, non differenziavano e in generale non avevano la consapevolezza che c’è oggi sui rifiuti e i danni che provocano. Di contro, però, quando pagavi un mobile o un maglione più di 9,99, ci pensavi due volte prima di buttarlo, e poi non lo buttavi.

Loro sono la generazione della staticità, della conservazione, della valorizzazione di ogni cosa, che sia un comodino di noce o un matrimonio. Noi siamo la generazione del rinnovo, del movimento, del cambiamento, che se una cosa non funziona la si butta, non si ripara. Vale per i mobili, i vestiti e i sentimenti. E mentre penso a mia mamma avvinghiata al suo peluche con una mutanda hawaiana tutta scolorita (il peluche, non mia mamma), realizzo che dall’esperienza si può sempre migliorare. E che quando qualcosa non va più bene, prima di buttarla si può provare a ripararla, che sia una relazione o un comodino di noce.

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